L'OFITA

 

01/03/2011
Lastampa.it - 28/02/2011
Un festival lo celebra José Muñoz, l'artefice del detective Alack Sinner, fustigatore ribelle dell'umana bruttezza
JOSÉ MUÑOZ, L'ARGENTINO CHE LASCIÒ IL SEGNO NELLA BOLOGNA '77

Una Tavola di José MuñozdistAlla fine degli Anni Settanta in Italia non esistevano scuole del fumetto a cui rivolgersi, e gli aspiranti autori andavano ad assillare con i loro tentativi l'élite di coloro che lo erano già. Chiedere consigli, cercare un confronto con chi aveva un riscontro professionale era il principale strumento di verifica del proprio lavoro. C'era chi arrivava da Bonvi e poi rimaneva ad aiutarlo a inchiostrare, chi inseguiva Manara a Lucca Comics, chi sudava freddo davanti a Magnus (burbero e irrefrenabile) e chi ascoltava quel Tartarin di Tarascona di Hugo Pratt mentre distillava fanfaronate e perle di saggezza fumettistica. [...]
dist L'Autonomia bolognese era molto simile ai giovani virgulti del fumetto che arrivavano in città sospinti dalla novità del Penthotal di Andrea Pazienza e da tutti gli altri autori di cui Andrea era la scintillante punta emergente, e non solo perché spesso l'autore era militante quanto migliaia di giovani della sua età, ma perché la forse abusata «fantasia al potere» era un punto di riferimento comune. L'Autonomia bolognese era, a differenza di quella di altre città, legata all'immaginario, derivava direttamente dal Situazionismo di Guy Debord, e vedeva nel raccontare la realtà sotto l'impulso della creatività una forma di eversione profonda e invincibile.
dist Il giovane disegnatore arrivava a Bologna, la città in cui cresceva il fermento del nuovo fumetto, sapendo di essere in un centro di ricerca e sperimentazione, spaventato a morte dalla possibilità di non riuscire a superare la propria incapacità. E in quegli anni andava a trovare non solo gli autori di vecchia data ma cercava di mescolarsi agli innovatori, ai controculturali delle riviste autogestite, di Cannibale e poi di Frigidaire, convinto di poter trovare un'identità solo tra i propri simili e che per essere simile, per paradosso, doveva essere anche lui diverso, unico.
dist L'esotismo del fumetto argentino era un misto di segreto e ammirazione. Ovviamente consapevoli che quegli autori usavano i loro strumenti anche come forma di ribellione al regime… Tutti a studiare sulla stampa incerta delle riviste di allora come Alberto Breccia ottenesse il suo impasto di mistero e avanguardia: collage, china, matita… tecniche miste, ma quali?
dist Di quella scuola faceva parte anche José Muñoz. Muñoz, insieme a Sampayo, aveva creato il detective Alack Sinner, un poliziesco metropolitano, ambientato in una New York improbabile che sembrava una versione della Grande Mela di New Hollywood elevata all'ennesima potenza di satira e perfido grottesco. La pisciata di Alack Sinner che era il perno narrativo di un'intera pagina, era considerata la più grande provocazione nel fumetto dai tempi di Krazy Kat e Popeye, e gli estimatori del fumetto d'autore tradizionale gridavano orrore (dimenticando da dove tutto era nato, da quel monello sudicione di Yellow Kid…). Alack era un personaggio scomodo, trasandato, emarginato… Altro che I guerrieri della notte di Walter Hill (che comunque era posteriore di qualche anno ad Alack), le persone pericolose disegnate da Muñoz appartenevano alla classe media: facce inguardabili, marchiate dall'acne, segnate da espressioni intollerabili in una sorta di aggiornamento alla Grosz di una Repubblica di Weimar dell'anima globale. La New York di Muñoz non era un posto specifico, andava considerata come minimo metonimia della macchia umana. Anche se qualche parentela con i film di Scorsese, da Mean Streets a Taxi Driver, l'aveva, ma non c'era redenzione, solo l'estrema malinconia del fallimento. Era una New York contaminata da Buenos Aires, con un'aria porteña che corrodeva la pelle e le facce, lasciando spiriti gretti e scarnificati. E i giovani disegnatori che si muovevano per Bologna, tra un film d'essai e l'altro, tra una birra e quella dopo, si domandavano come usasse i suoi strumenti. Il segno era sempre più impressionante: un nero graffiato che andava in concorrenza con la descrittività del disegno, lacerando la definizione dei contorni e dando una forte sensazione di materia anche nel bianco e nero netto. Come in un'opera di Fontana, il segno di Muñoz sembrava una ragnatela di tagli inferti alla pagina. Doloroso, sofferto, impietoso, slabbrato, casuale, preciso… contraddittorio fino alla vertigine. [...]
dist Muñoz e Sampayo non smettevano per un attimo i panni di fustigatori; la loro satira impietosa delle debolezze umane non si arrestava davanti a nulla, non esistevano età o condizione sociale abilitate a fornire esenzioni accettabili ai loro occhi. I fumetti erano la parte visibile, ma quei due non la smettevano un momento, macchine inarrestabili in un processo di vivisezione del peggio che appartiene a ognuno di noi. Dalla descrizione sembrava anche che soffrissero, che dietro il sarcasmo si nascondesse un male profondo, quello della consapevolezza di condividere l'umana bruttezza, di non esserne giudici distaccati. Erano eroici, shakespeariani… argentini! [...]
dist Era uno stile che allargava la sua influenza: Mattotti, Igort, Carpinteri, Iosa Ghini e tanti altri che avrebbero pubblicato sulle riviste di allora, Linus, Alter, Frigidaire… ognuno di loro aveva un po' di Muñoz nel suo disegno. Perché con il suo segreto apparentemente tecnico Muñoz aveva stimolato in loro il recupero del fremito originario del segno, costringendoli a sintonizzarsi con la propria sensibilità, con l'impulso profondo del loro desiderio di esprimersi attraverso il fumetto.
distNessuno sarebbe diventato un autore che ricordava Muñoz, ma ognuno di loro gli deve essere grato per un esempio che gli ha consentito di scoprire il mistero (personale e irripetibile) di una tecnica che non può essere replicata e che racconta le proprie storie secondo una sintassi che appartiene a quell'autore e a nessun altro. Il segno nel fumetto non è lessico, e il fumetto è un linguaggio con regole non completamente scritte, non completamente visibili. Ci si inoltra così sulle piste di un autore per poi deviarne e aprirne di proprie quando queste scompaiono nel fitto di un territorio che è solo suo. Muñoz, come pochi altri, ha aperto una pista.

distDANIELE BROLLI


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